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I FONDI COMUNI D'INVESTIMENTO

I riferimenti storici più antichi ci riportano ai fenici di 3000 anni fa, il che ci conferma che l'idea di mettere i propri averi in comune per abbassare i rischi ed aumentare le possibilità di guadagno è tutt'altro che nuova.

In quel caso i commercianti fenici si erano semplicemente accorti che, ripartendo le proprie merci su più mezzi di trasporto, avrebbero ridotto il rischio di perdere tutto in caso di naufragio od attacco dei predoni, inoltre potevano "abbordare" mercati differenti, aumentando le occasioni di profitto.

In realtà per le prime versioni monetarie si deve arrivare al XIX secolo con la loro partenza in Olanda ed Inghilterra anche se la funzione di queste versioni (come di quelle successive ) non è poi dissimile da quella dei fenici, visto che anche questi fondi servono a ripartire i rischi e permettono di arrivare ad investire in mercati dove il risparmiatore medio non potrebbe mai arrivare da solo.

In Italia sono arrivati con un ritardo epocale rispetto a tanti altri paesi, complici gli interessi da brivido sui titoli di Stato, ma hanno almeno il merito di essere molto tutelati dalla legge, per cui il risparmiatore non deve temere che qualcuno scappi via con i suoi soldi, cosa che infatti con i Fondi Comuni (che in Italia esistono dal 1984) non è mai successa, anche perchè assegni ed affini vanno per legge intestati alla società di gestione e non al consulente che fisicamente li propone.

Del resto questi fondi sono sorvegliati dalla Consob e dalla Banca d'Italia ma, soprattutto, i vostri soldi sono depositati presso una banca (la cosiddetta Banca Depositaria) a cui la legge affida il compito di custodirli e di controllare la regolarità delle operazioni fatte dalla Società di Gestione.

Nota importante: per l'investimento in fondi non è necessario il deposito titoli proprio perchè c'è già la Banca Depositaria (a meno che non lo preveda il regolamento del fondo, ipotesi bizzarra), nè è necessario aprire un conto corrente se non si è correntisti, per cui queste voci di spesa si possono evitare.

Per di più le società hanno l'obbligo di legge di rispondere dell'operato dei propri Promotori Finanziari.

Tecnicamente si chiama "responsabilità solidale" anche se va precisato che per diventare Promotore Finanziario devi comunque avere la fedina penale pulita, cosa non richiesta a praticamente nessun altro in questa nazione, nè banchieri, nè assicuratori, nè cariche pubbliche (con una fedina penale sudicia come un maiale che si è appena rotolato nel letame puoi fare solo il Capo del Governo od il Presidente della Repubblica ).

Inoltre rispetto al 1984 c'è un'amplissima possibilità di scelta, il che ha come rovescio della medaglia il fatto che per decidere cosa fare dovete affidarvi ad un Promotore Finanziario o fare da soli e non è sempre facile.

Questo anche per capire i costi, che storicamente sono molto più bassi e trasparenti dei prodotti assicurativi ma dai quali non bisogna farsi trarre in inganno.

E' vero che il gestore viene pagato per fare ciò che fareste voi se aveste tempo, preparazione e denaro sufficienti per diversificare ma questo, assieme ai costi del sistema distributivo, comporta delle spese.

Se si tratta di fondi assicurativi, quelli camuffati da polizze o di fondi di fondi in genere vi fanno pagare di più, ma soltanto perchè chi ve li vende vuole guadagnare di più e vi fa pagare il "pacco regalo" rispetto ai fondi normali, senza contare che per i "fondi assicurativi" avrete realisticamente a che fare con assicuratori che prima si erano occupati solo di incendio e furto.

I principali costi da controllare e confrontare sono:
A) Commissione di ingresso (o di uscita)
B) Commissione di gestione annua
C) Commissione di performance
Le prime due sono facilmente comprensibili ed infatti quella a cui bisogna fare la massima attenzione è la terza.

La commissione di performance può non essere prevista dal contratto oppure non aver motivo di scattare; questo, ovviamente, in un certo senso può pure essere preoccupante visto che dovrebbe essere un premio per la buona gestione fatta dalla società.

Il problema sono i parametri usati: se investi in azioni italiane ed usi un indice molto rappresentativo come il FTSE MIB (il parametro di riferimento è detto benchmark) la cosa è ragionevole visto quanto la natura dei fondi li costringe ad essere legati all'indice complessivo del mercato nel quale investono (per obblighi di legge che li costringono a ripartire molto i propri investimenti, per la necessità di tenere una parte del denaro liquida per rimborsare le quote dei clienti che ne fanno richiesta eccetera).

Se la borsa sale del 13% ed il fondo del 16% si può dire che il fondo abbia lavorato bene.

Lo ha fatto perché intanto come fondo ha ripartito il denaro investito in tante azioni, il che ha fatto correre meno rischi agli investimenti di quanto non avrebbe fatto il piccolo risparmiatore acquistando poche azioni (tanto meno sono, tanto più l'investimento complessivo ha oscillazioni violente nel bene e nel male), inoltre lo ha fatto nel battere il mercato.

In un certo senso avrebbe lavorato bene anche se fosse sceso di un -4% contro un -7% del mercato ma in questo caso una commissione di performance non la farebbe partecipare all'infelice momento del mercato che penalizza i risparmiatori e molti fondi non la prevedono in caso di andamento negativo per una questione di buoni rapporti con i propri clienti.

Tenetene conto quando nel contratto ci sono commissioni di performance applicate a prescindere, come direbbe Totò.

Senza considerare che ci sono situazioni francamente oscene: un'indagine di Milano Finanza pubblicata il 13/3/2004 ha raccolto, fondo per fondo, gli oneri totali a carico del patrimonio, il cosiddetto TER (Totale expense ratio), in cui rientrano anche spese che normalmente rimangono occulte.

L'indagine ha evidenziato anche un caso da Guinness dei Primati, quello accaduto ai sottoscrittori di Carifondo Magna Grecia Dinamico, un fondo obbligazionario misto di Nextra che nel 2003 ha prelevato oneri pari al 10,9% del patrimonio determinando una performance del -9,6% a 12 mesi.

Nello stesso anno le commissioni sono state un conto salato anche per gli investitori che hanno puntato su Fineco Putnam global growth and emerging market, che ha prelevato più del 6% del patrimonio per coprire i costi di gestione ed amministrazione.

Ma in questo caso i sottoscrittori hanno avuto in cambio una performance positiva di oltre il 32% e la cosa ha un senso completamente diverso, controllate QUANDO scattano certe commissioni.

Ma dovete stare attenti soprattutto a quando il parametro non ha nulla a che vedere con il mercato di riferimento.

Se un azionario italiano ha una commissione di performance che scatta, ad esempio, se l'indice dei prezzi calcolato dall'Istat viene superato di oltre 3 punti percentuali in un anno in cui la borsa cresce di una trentina di punti percentuali potete trovarvi con un fondo che fa peggio del mercato in cui investe eppure vi tira comunque una bella botta.

Veramente grave poi è che ci siano azionari in cui la commissione di performance viene applicata per frazioni d'anno e non su base annuale.

Il fatto è che così, se questo tipo di commissioni viene calcolato su base trimestrale, può succedere benissimo che il fondo salga per 3 trimestri su 4 ma nel quarto perda più di quanto abbia guadagnato nei primi tre, quindi cosa succede?

Semplicemente che in un fondo complessivamente in perdita si pagano commissioni multiple, platealmente un'assurdità.

Anche se al di là delle spese quel che più conta è il mercato su cui il fondo opera ed il fatto che la gran parte dei risparmiatori ha, statisticamente, l'abitudine di investire dopo i periodi di forte rialzo, tanto per prendersi il massimo dei ribassi , dopodichè, a causa della paura, disinvestono in perdita subito prima che le quotazioni ricomincino a salire.

Questo principio, che vale anche per l'acquisto delle singole azioni effettuato per conto proprio, nel caso di Fondi Comuni ed affini viene chiamato "mania dello switch".

Va detto che tecnicamente nei Fondi Comuni switch è semplicemente il termine che indica il trasferimento dei soldi da un fondo all'altro.

NOTA: se un Promotore Finanziario vi propone una miriade di switch è possibile che lo faccia per incamerare commissioni sulle singole operazioni, per cui diffidatene (fra l'altro far eseguire gli switch in genere è paradossalmente più facile della prima operazione per una sorta di psico-trucco: "Non deve tirare fuori neanche un soldo. Basta disinvestire la cifra da uno dei suoi fondi e reinvestirla" a questo modo sembra che il nuovo investimento sia gratuito mentre è la prima operazione, quasi sempre quella migliore, che comporta l'esborso di denaro) .

Va ricordato peraltro che le società, bancarie e non, per cui operano i promotori hanno per legge "responsabilità solidale" sul loro operato e rispondono delle eventuali scorrettezze in termini di rimborsi (e fra le scorrettezze rientra anche la moltiplicazione a dismisura degli switch).

Oltretutto gli eccessi di switch sono il contrario della formula che statisticamente è più garantista in termini di sicurezza, quella del PAC (Piano di Accumulo di Capitale, uno strumento notevole nonostante la sigla richiami "pacco" ed il fatto che le commissioni siano spesso concentrate nella prima "rata").

I fondi comuni sono una cosa con la quale bisogna mettersi comodi e se siete di quelli che sfrecciano a spostare i soldi da un fondo azionario ad uno obbligazionario, perchè "oggi la borsa è scesa", avete sbagliato di brutto lo strumento.

Fra l'altro per sottoscrivere un nuovo fondo ci vogliono alcuni giorni, quindi avete sbagliato di brutto prodotto due volte .

Oppure avete visto troppe volte "Wall Street", idiotissimo film in cui Michael Douglas fa compravendite a raffica.

Rispetto al PIC (Piano di Investimento di Capitale, che è il semplice acquisto di quote dei fondi od affini), è più sicuro e questo per la banalissima ragione che il primo è un piano di investimento "rateale", il secondo in un'unica soluzione, per cui il secondo comporta il rischio di investire nell'esatto momento in cui i mercati scenderanno di brutto e di impiegarci molto tempo per recuperare.

Con il PAC si beneficia meglio del fatto che sul lungo periodo (ma veramente lungo) il mercato azionario batte sempre quello obbligazionario, riducendo al minimo il rischio di sbagliare il timing (vale a dire il momento in cui si entra/esce nel/dal mercato, giacchè con i versamenti "rateali" si entra più volte in tempi diversi).

Comunque sia PIC che PAC, a differenza delle polizze tradizionali, non hanno particoli vincoli, per cui si possono interrompere i versamenti in qualunque momento ed è possibile disinvestire il capitale in anticipo e senza penali.

E' giusto ricordare che, alla faccia della leggenda metropolitana per cui i fondi azionari sono collocati più volentieri di quelli obbligazionari perchè costano un poco di più in termini di commissioni (verissimo, peccato che non sia questo il punto), va detto che quegli obbligazionari si collocano molto più facilmente, ma hanno serie storiche fallimentari.

Infatti se si considera come investimento standard il più tradizionale degli investimenti, quello in titoli di stato, si vede che mentre i fondi comuni azionari nel lungo periodo sovraperformano sistematicamente il loro rendimento (insomma fanno guadagnare di più), per i fondi obbligazionari classici (discorso più complicato per quelli che investono in obbligazioni rischiose) la cosa è storicamente falsa.

Soprattutto quando c'è stato il calo più pesante del rendimento in conto interessi dei titoli di stato (1997-1998) i risparmiatori hanno cercato con accanimento alternative di investimento e le banche ci sono andate a nozze nel trasferire il denaro dai Bot ai Fondi di Investimento Obbligazionari, garantendo tranquillità e sicurezza ai risparmiatori impauriti dalle borse (l'ampissima maggioranza).

Peccato che le banche si dimenticarono di spiegare che in realtà non cambiava niente: invece di comprare direttamente BOT e CCT, investivano denaro in fondi che compravano BOT e CCT, con la differenza che l'acquisto diretto dei titoli di stato costava al massimo lo 0,5% mentre le commissioni dei fondi arrivavano tranquillamente al 2%, quadruplicando comodamente le entrate.

Poco dopo, fra i rendimenti bassissimi e le oscillazioni in conto capitale, si videro anche i risultati con il segno meno, deprimendo gli ex BOT people.

Ovviamente la stessa cosa vale se si sta nel campo obbligazionario di Eurolandia e non fatevi fregare se cercano di incartarvi con l'inglese "Yes madam, my name is Bond, Euro Bond ;-)", fra l'altro gli Eurobond sono anche istrionicamente chiamati Bot 007 e va precisato che si tratta di titoli negoziati sul mercato europeo ma possono benissimo essere, ad esempio, argentini ed in dollari (del resto se non fossero in incognito che agenti segreti sarebbero ?).

In effetti, la cosa deprimente è che se guardi i trend storici dei fondi obbligazionari vedi che PERDONO il confronto con l'investimento diretto nei titoli di Stato (al contrario dei fondi azionari comprese, s'intende, le commissioni) ed è questo un motivo per cui moltissimi promotori di mia conoscenza hanno una ostilità assoluta a proporne la sottoscrizione, salvo vedersi rinfacciare dal cliente di turno il fatto che preferiscano proporre l'azionario al posto dell'obbligazionario perché ha un pò di commissioni in più.

Il fatto è che è più facile collocare fondi obbligazionari e, se ne collochi di più, comunque come commissioni rientri.

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